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il tempo dei baleni (4F)

Posted on Jul 28, 2010 in Scores | 0 comments
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I wrote this short piece as a little homage to a great man, musician and friend, Franco Donatoni.

The piece has been written for the mdi ensemble which will perform at the Venice Biennale in September in a program dedicated to Franco who passed away ten years ago, August 17, 2000 in Milano. I never wrote a piece dedicated to Franco as all I have been writing in the last 30 years is in some and different ways the result of what I learned studying an working with him for many years. At the same time I want to dedicate this short note to him, to remember to others who still might not know about him and his wonderful work, what a great man and wonderful sound thinker Franco Donatoni was. In 2001 I was asked to write something about him for a concert dedicated to his music. I’d like to share that text here as it is still something which well represent my thoughts, ideas and feelings for him.

 il tempo dei baleni (4F)

 

Franco

 

il tempo dei baleni

Radicalizzando: l’ascolto è attenzione, non è apprendimento; l’ascolto è testimonianza di quello che accade in quanto suono, non è conoscenza di quello che accade mediante il suono. Dunque: il suono è la presenza di un assoluto, la sua annunciazione ne costituisce la rivelazione, l’ascolto non è allora certamente l’atto col quale si giunge ad un apprendimento dicorsivo, bensì il momento nel quale la percezione media e congiunge la molteplicità nell’unità della conoscenza formale. L’ascolto è esperienza immediata nella quale la conoscenza coincide all’atto: l’ascolto è ascesi. (Franco Donatoni)

 

Mi è stato chiesto di scrivere alcune note per questa sera dedicata alle musiche di Franco Donatoni.  Nonostante la lunga frequentazione con Franco non mi ritengo tuttavia un esperto nel senso stretto del termine e non mi addentreró quindi in disquisizioni musicologiche sul significato di gesto e figura, o sulla natura dei processi trasformativi della sua musica.  La conoscenza e l’apprezzamento della sua musica è cresciuto in me fin dall’inizio attraverso il piú puro dei metodi possibili: ripetuti ascolti delle sue composizioni.  Questi ascolti mi hanno rivelato le cristalline strutture formali dei pannelli, la ricchezza organica delle trame trasformative e i legami piú o meno sotteranei che collegano sequenzialmente numerose composizioni fra loro.  Sono ancora questi ascolti meravigliose lezioni di composizione che Franco ci ha lasciato.  Non molto tempo fa a un simposio di compositori canadesi, ascoltavo le minuziose spiegazioni che venivano date per illustrare come si era voluto procedere nella strutturazione della forma e dei materiali, cosa si era voluto esprimere, quanto, perchè, etc.  Tutte queste “volontá” per giustificare o dare prospettive univoche o “ragionevoli” alla propria invenzione.  Ho pensato allora a Franco, a certa sua riluttanza a spiegare, a dare giustificazioni alla propria fantasia.  L’invenzione, l’immaginazione non si spiegano, si donano alla percezione nella loro multiformitá, si fanno ascoltare, agiscono e non sono agite.  Questo è il segreto della comunicazione musicale: essa esiste in fondo ad un livello puramente emozionale.  L’emozionalitá è immanente, l’espressione è imprescindibilmente legata all’istante, l’istante è imprescindibilmente trascendente.  Alcuni si chiederanno cosa ció abbia a che fare con la musica di Franco Donatoni.  Tutto ció ha a che fare con la sua musica in quanto nonostante la pervicace negazione di “espressione” professata da Franco, proprio la sua musica e il suo comporsi, hanno indicato e ancora indicano un possibile abbandono del volontarismo immaginifico: quello che crede all’immagine creata.  Ascoltare la musica di Franco ci insegna che l’immagine non si crea, l’ immagine si accoglie, l’immagine è immanente e interstiziale, l’immagine non si cattura, l’immagine si dá, È , e permane chiamando a sè altre immagini, le immagini, che nella collettivitá dell’invenzione aspirano solo a mostrarsi per esistere: a mostrarsi nel senso di scoprirsi, di svelarsi.  Ascoltando queste musiche penso sempre a come e a cosa vuol dire riflettere sulle possibilitá immaginative, a cosa vuol dire fare esperienza attraverso la speculazione riflessiva, il sogno, l’immagine (o l’immaginazione), la fantasia.  Penso quindi a come tutto ció voglia dire essenzialmente che ogni cosa che sappiamo, sentiamo, ascoltiamo e che ogni enuciato ha una base fantastica, deriva cioè da immagini.  Ogni osservazione è in sè una sorta di invenzione, si manifesta cioè attraverso la formazione di una immagine fantastica: un gesto, una figura.  Franco insisteva spesso su questo esercizio di attenzione che ci aiuta a capire ció che facciamo ogni istante col suono.  A capire che di ogni immagine sonora posso osservare il comportamento, osservare come l’immagine si comporta al suo interno, osservare poi come si interconnette tramite analogie, associazioni.  Qui “osservare” è molto diverso dall’ “interpretare”, e l’immagine sonora scardina inoltre ogni interpretazione univoca, definitoria: “…l’acquositá non è l’acqua, la nuvolositá non è la nuvola, la tristezza e la disperazione non sono “depressione”…” Cosí l’Io dá credito alle immagini nel momento in cui ci sentiamo agiti dall’immaginazione: quando ascoltando ci ascoltiamo, e in questa invasione di immagini, “in mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane, passavano come tanti baleni.” (Carlo Collodi, Pinocchio)  Il paese dei balocchi di Collodi è il paese dell’illusione.  Ma in-ludere ci sciogliamo dal tempo mentre le ore corrono come baleni.  Il tempo della scrittura è il tempo dell’invenzione: il puro gioco dell’anima, il principio profondo delle nostre rêveries. Nella lingua inglese to play significa suonare e giocare; e se l’idea del comporre come gioco appare riduttiva proviamo a pensare quanto il gioco ci insegna in attivitá che a certi adulti appaiono risibili o prive di profonditá; pensiamo al comporre e al comporsi di Franco Donatoni, alle sue opere mai chiuse in cui la fine è un nuovo inizio, in cui tutto puó essere di nuovo.  Pensiamo alla traslucida chiarezza di queste “nuove musiche” che non percorrono “sentieri” ma vagano costantemente, disponibili al viaggio e all’incontro, al di lá di qualsiasi assertivitá poetica o estetica e senza desiderio di qualsivoglia dimostrazione.  Comporre, de-comporre, montare, smontare, rimontare…  Negli ultimi anni la musica di Franco è fedele testimonianza di una pura cronologia dell’invenzione.  Una articolazione tenuta, tutta interna, tesa come un’ unica campata.  Il tempo dei baleni si dilata nelle musiche di questi anni, in un unico pulsante calendario di feste.  Non piú codici e sottocodici ma trasparenza assoluta intesa come sintonizzazione con la propria coscienza, con la propria invenzione nel puro esercizio della fantasia.  Le musiche di Franco diventano cosí un invito costante a scoprire fuori e dentro di noi il senso della differenza come mutevole, organica molteplicitá.  Un invito a non trattare la realtá come realtá assoluta ma a far fiorire in noi l’amore per una realtá multipla, ricorsiva; una sorta di universo policentrico in cui veritá coincide con veridicitá: ció che viene fatto si accorda momento per momento con ció che viene detto.  Ascoltare allora significa anche abdicare al carattere assertivo della propria soggettivitá, all’attaccamento egoistico alle “proprie” idee, perché la proprietá nel mondo delle idee non solo non ha senso ma davvero non esiste.

Giorgio Magnanensi – Vancouver, agosto 2001

 

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the time of lightning

Radicalizing: listening is attention, not apprehension; to listen is evidence of what happens as sound, not knowledge of what happens with sound. So: sound is the presence of an absolute,  his annunciation is its own revelation, listening then it certainly is not the act by which you come to a discursive apprehension, but the moment at which perception mediates and joins the multiplicity in the unity of formal knowledge. Listening is immediate experience in which knowledge coincides with the action: listening is ascesis. (Franco Donatoni)

 

I was asked to write some notes for this evening dedicated to the music of Franco Donatoni. However, despite my long association with Franco, I don’t consider myself an expert in the strict sense of the word and I will not go into musicological disquisitions about the meaning of gesture and figure, or on the nature of the transformational processes of his music. Knowledge and appreciation of his music grew in me from the very beginning through the purest of all possible methods: the repeated listening of his compositions. These listening revealed to me the clear formal structures of his panel form, the organic richness of his transformative textures and the more or less hidden associations, which connect sequentially numerous of his compositions. Also, these listening are still wonderful composition lessons that Franco left to us. Not long ago while attending a symposium of Canadian composers, I was listening to detailed explanations that were given to illustrate how some composers wanted to proceed in the structuring of forms and materials, what they had wanted to express, how, why, etc. All these “will” to justify or give unique or “reasonable” perspectives to their invention. I thought then to Franco, to his reluctance to explain, to give excuses to imagination. Invention, imagination cannot be explained, they give themselves to perception in their multiplicity, they make themselves heard, and they act and are not acted upon. This is the secret of musical communication: it only exists on a purely emotional level. Emotionality is immanent, expression is inextricably linked to the instant and the instant is unpredictably transcendent. Some will wonder what this might have to do with Franco Donatoni’s music. All of this has to do with his music because, despite the stubborn denial of “expression” professed by Franco, just his music and its composing have shown and still suggest a possible abandonment of any imaginative voluntarism: the one which believes in the created image. Listening to Franco’s music teaches us that the image is not created, the image is welcomed, the image is immanent and interstitial, the image is not captured, the image gives itself – IT IS – and it remains calling other images to itself, the images, which in the collectivity of invention only aspire to appear, to exist: to show themselves in the sense of uncovering and revealing themselves. Listening to these musics I have been always thinking about how and to what it means to reflect on imaginative possibilities, what it means to have experiences through reflective speculation, dreams, images (or imagination), fantasy. I also think about how essentially everything means that anything we know, we hear, we listen and every enunciation has a fantastic base, that is, is derived from images. Each observation is in itself a kind of invention; it manifests itself through the formation of a fantastic image, a gesture, a figure. Franco often insisted on this ‘exercise of attention’ that can help us to understand what we do every moment with sound. To understand that of every sound image we can observe its behavior, observe how the image acts within it, then observe how it interconnects via analogies and associations. Here “to look” is very different from “to interpret”, and the sound image here also undermines any unique or definitive interpretation: “…wateriness is not water, cloudiness is not a cloud, sadness and despair are not ‘depression’…” So the ego gives credit to the images when we feel acted upon by imagination, when listening we listen to ourselves, and in this invasion of images, ”in the midst of continual games and every variety of amusements, the hours, the days, and the weeks passed like many lightning.” (Carlo Collodi, Pinocchio) Collodi’s Toyland is the land of illusion, but in-ludere (in playing) we free ourselves from time while the hours run like lightning. The time of writing is the time of invention: the pure playing of our souls, the deepest source of our reveries. In the English language “to play” means to make music and to play; and if the idea of composing as a game appears reductive, try to think how playing games is teaching us a lot in activities that some adults still consider laughable or lacking depth. Let’s think then to Franco’s composition and to his own composing, to his never closed works in which the end is a new beginning and in which everything can also be again. Let’s think of the translucent clarity of these “new musics” that do not follow any “path” but wander constantly, available to the journey and the encounter beyond any poetic or aesthetic assertiveness and with no desire for any demonstration. To compose, to de-compose, to assemble, to disassemble, to reassemble… In his last years Franco’s music is faithful witness of a pure chronology of invention, a sustained articulation, all internal, taut as a single span. The time of lightning expands in the music of these years as in one pulsing calendar of festivities. No more codes and sub-codes, but absolute transparency understood as a kind of tuning with his own consciousness, with his own invention in the pure exercise of imagination. Franco’s musics become here a constant invitation to discover outside and inside of us a sense of difference as a changeable and organic multiplicity. An invitation not to treat reality as absolute reality, but to let flourish in us the love for a multiple and recursive one; a kind of polycentric universe where truth coincides with truthfulness and in which whatever is done is harmonized time to time with whatever you say. To listen means here to abdicate to the assertive character of our subjectivity, to the selfish attachment to “our own” ideas, because property, in the world of ideas, not only makes no sense but also does not really exist.

Giorgio Magnanensi – Vancouver, August 2001

 

 

 

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